Last Updated on 8 Agosto 2026 by Samuele Corona
Cagliari, primi anni Novanta: punk, dark e metallari decidevano chi fosse abbastanza autentico per ascoltare “la loro” musica. Avevamo sedici anni. Sentendo Andrea Scanzi parlare di Guccini, mi sono ricordato improvvisamente di loro.
Io Scanzi non lo cerco, me lo trovo
Una premessa è necessaria: io Andrea Scanzi non lo cerco. Me lo trovo.
Da quando ho iniziato ad odiare Facebook, mi sono trasferito su YouTube. E YouTube, come tutti gli algoritmi che imparano rapidamente cosa potrebbe farci fermare davanti allo schermo, ogni tanto decide che devo vedere qualcosa che non avevo nessuna intenzione di guardare.
Questa volta mi ha messo sotto il naso un video di Andrea Scanzi su Giorgia Meloni e Francesco Guccini. Ho cliccato. Non chiedetemi perché. O meglio, lo sappiamo tutti perché: esiste quella forma particolare di curiosità per cui una cosa comincia a irritarti dopo trenta secondi e proprio per questo continui a guardarla.

Il video era un’invettiva contro Giorgia Meloni, colpevole di avere definito Francesco Guccini una propria “bussola”, di conoscere a memoria alcuni suoi testi e di considerarlo importante nella propria formazione.
Ma prima ancora del video mi ha incuriosito quello che gli stava intorno. I commenti.
Una quantità impressionante di approvazione, applausi virtuali, persone entusiaste: finalmente qualcuno che gliele canta, grande Andrea, hai detto tutto, Guccini è nostro, lei non ha capito niente.
E lì, per qualche secondo, mi sono posto una domanda: ma sono tutti sedicenni o tutti comunisti? Naturalmente no.
E la questione, a pensarci, non era neppure essere comunisti, di destra, di sinistra o qualunque altra cosa. Quello che mi aveva colpito era un altro elemento: la naturalezza con cui tante persone sembravano accettare l’idea che esistesse una specie di compatibilità preventiva necessaria per poter amare un artista.
Come se prima di dichiarare che Guccini ti ha accompagnato nella vita dovessi presentare i documenti. Orientamento politico? Frequentazioni? Valori dichiarati? Coerenza ideologica? Bene, può entrare. Lei invece no.
Io, peraltro, Guccini non l’ho mai calcolato
Devo aggiungere un’altra cosa: a me Guccini non è mai interessato. E non è una presa di posizione contro Guccini.
Non ho mai calcolato particolarmente lui, come non ho mai calcolato quasi nessuno dei grandi cantautori italiani di quella generazione. Riconosco perfettamente il loro peso nella cultura italiana e non mi sogno di discutere il loro valore. Semplicemente, non è mai stata la mia musica.
Io sono cresciuto con il rock britannico e americano e con tutte le sue ramificazioni, degenerazioni e sottoculture. È da lì che arrivano i miei riferimenti musicali e soprattutto i ricordi adolescenziali di cui sto parlando.
Quando dico rock, insomma, non sto parlando di Vasco Rossi o Ligabue. Non per stabilire anche qui una graduatoria di dignità musicale, sarebbe abbastanza comico, visto l’argomento di questo post, ma semplicemente perché il mio universo musicale era un altro.
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Quindi non ho alcun Guccini da difendere. Non devo stabilire se Meloni abbia capito La locomotiva, se Scanzi abbia capito Guccini meglio di Meloni o se esista da qualche parte una commissione incaricata di rilasciare il patentino di gucciniano autentico.
Anzi, forse proprio perché sono completamente esterno a quella parrocchia, ascoltando Scanzi mi ha colpito immediatamente il meccanismo e non l’oggetto della disputa. Perché Guccini poteva essere tranquillamente sostituito. Potevano essere i Cure. Potevano essere i Joy Division. Potevano essere i Clash.
Poteva essere qualunque gruppo attorno al quale, da adolescenti, avevamo costruito una parte della nostra identità e sul quale pretendevamo poi di esercitare una specie di diritto di proprietà.
Ed è probabilmente per questo che, mentre Scanzi spiegava che lui Guccini lo aveva conosciuto, che lui lo aveva frequentato, che lui lo aveva capito mentre Meloni non aveva capito niente, io non riuscivo a pensare a Guccini. Pensavo a quei ragazzini di Cagliari. Pensavo a noi.
Cagliari, primi anni Novanta
A Cagliari, nei primi anni Novanta, arrivavano strane onde lunghe.
Erano partite da Londra, Manchester o Birmingham quindici o vent’anni prima, avevano attraversato mezza Europa, erano diventate fenomeni culturali, erano morte, risorte, si erano contaminate con qualcos’altro e infine approdavano da noi, in provincia, dove un ragazzino di sedici anni poteva scoprire i Cure o i Joy Division come se Robert Smith e Ian Curtis avessero cominciato a suonare la settimana precedente.
Naturalmente non tutto arrivava con vent’anni di ritardo, ascoltavamo anche musica degli anni Novanta.
Ma la sensazione era quella di vivere in una curiosa sovrapposizione temporale. Il punk del 1977, il dark dei primi Ottanta, il metal, l’hardcore, il grunge contemporaneo: tutto finiva nello stesso presente adolescenziale e diventava materiale con cui costruirsi un’identità.

Io li ascoltavo già tre anni fa
Non c’era Spotify. Non c’era YouTube. Non esisteva la possibilità di ascoltare in mezz’ora l’intera discografia di un gruppo appena scoperto. Internet, per la maggior parte di noi, semplicemente non esisteva.
C’erano i dischi. Le cassette registrate. Le riviste. Qualche negozio. Gli amici degli amici. Quello che aveva il fratello più grande che sapeva tutto. Quello che era stato a Londra. Quello che possedeva un disco che tu non avevi mai visto.
L’informazione musicale era una risorsa scarsa. E proprio perché era scarsa, aveva valore. Sapere qualcosa che gli altri non sapevano ti dava uno status. Conoscere un gruppo prima degli altri valeva qualcosa. Conoscere il disco oscuro valeva più che conoscere quello famoso. Avere il vinile valeva più della cassetta copiata.
Sapere che il cantante aveva suonato prima in un’altra formazione che nessuno conosceva ti faceva guadagnare qualche punto invisibile. Soprattutto, averli scoperti prima di te. Quella era una cosa importantissima. “Io li ascoltavo già tre anni fa.” Tre anni. A sedici anni tre anni sono un’era geologica.
Anche gli anticonformisti avevano una divisa
Ed era così che intorno alla musica nascevano le tribù.
I punk. I dark. I metallari. I mod. I neo-rockabilly. Quelli dell’hardcore. Gli psychobilly. Quelli dello ska e del two-tone. Poi il grunge, che negli anni Novanta arrivava invece in perfetta contemporaneità e rimescolava un po’ le carte.
Tribù, sottotribù, contaminazioni e guerre intestine. E naturalmente categorie che si sovrapponevano, perché la realtà era molto meno ordinata delle classificazioni che pretendevamo di darle. Ma noi le differenze le vedevamo benissimo.
Anzi, a sedici anni riuscivamo a vedere differenze enormi dove un adulto avrebbe visto semplicemente una comitiva di ragazzi vestiti in maniera strana.
Il fatto curioso è che quelle sottoculture esercitavano un’attrazione enorme proprio perché sembravano offrire un rifugio dal conformismo. Non volevi essere come tutti gli altri, e finalmente trovavi quelli che non erano come tutti gli altri. Poi scoprivi che anche quelli che non erano come tutti gli altri pretendevano che tu fossi esattamente come loro. Anche gli anticonformisti avevano una divisa.
Non bastava ascoltare la musica. Dovevi avere i vestiti giusti. Le scarpe giuste. I capelli giusti. Frequentare le persone giuste. Frequentare soprattutto i posti giusti. Potevi persino ascoltare il gruppo giusto nel modo sbagliato.
Ti piacevano i Cure? Bene. Ma quali Cure?
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Perché c’era sempre qualcuno pronto a spiegarti che il pezzo che piaceva a te era quello commerciale. Che il disco veramente importante era un altro. Che quello precedente era molto meglio. Che dopo una certa data si erano venduti.
E soprattutto che tu, in fondo, non eri dark. E se non eri dark nel modo corretto, perché caxxo ascoltavi i Cure? Lo stesso valeva per il punk, per il metal e per qualsiasi altra piccola patria musicale.
Il nemico supremo aveva un nome: il Poser
Il poser era una figura antropologica meravigliosa. Era quello che aveva tutti i segni esteriori dell’appartenenza ma, secondo il tribunale invisibile della sottocultura, non ne possedeva l’autenticità.
Aveva la maglietta, ma probabilmente conosceva soltanto due canzoni. Aveva gli anfibi giusti, ma li aveva comprati perché andavano di moda. Diceva di amare quel gruppo, ma l’aveva scoperto sei mesi prima. Era, insomma, un clandestino culturale. Qualcuno doveva controllare i documenti.
Il poser e il bisogno di sapere chi siamo
Da adolescenti tutto questo aveva persino un senso. Perché da adolescente non stai soltanto ascoltando musica. Stai cercando disperatamente di capire chi sei. E allora prendi in prestito delle cose dal mondo e cominci a costruirti.
Sono punk. Sono dark. Sono metallaro. Io ascolto questa roba. Quella merda commerciale non la ascolto. Il gusto diventa identità. E quando il gusto diventa identità, inevitabilmente qualcuno deve restare fuori.
Se io sono speciale perché ascolto un gruppo che gli altri non capiscono, il giorno in cui quel gruppo comincia a piacere anche agli altri nasce un problema. Non mi stanno portando via un disco. Mi stanno portando via una parte della differenza attraverso la quale avevo deciso chi ero.
Per questo poteva quasi infastidirti vedere improvvisamente la maglietta del “tuo” gruppo addosso alla persona sbagliata.
Come sarebbe? Adesso i Cure piacciono anche a te? No. Tu non puoi. Non sei dei nostri.
La cosa più divertente, ripensandoci oggi, è la contraddizione gigantesca che avevamo davanti agli occhi senza riuscire a vederla. Eravamo anticonformisti conformandoci meticolosamente agli altri anticonformisti.
Rifiutavamo le etichette attraverso le etichette. Difendevamo l’individualismo imponendo codici collettivi. E soprattutto trasformavamo artisti che magari parlavano di libertà, diversità, ribellione e rifiuto delle convenzioni in proprietà privata di una piccola comunità di adolescenti.
I Cure erano nostri. Non di Robert Smith. Nostri. E gli altri dovevano dimostrare di meritarseli. Poi uno cresce. O almeno dovrebbe.
Ecco perché Scanzi mi sembrava così familiare
Ed è qui che torniamo a quel video. Non perché non esista una questione politica. Esiste eccome.
È perfettamente legittimo osservare che possa esserci una contraddizione enorme tra i valori espressi da Guccini in una parte importante della sua opera e la cultura politica di Giorgia Meloni.
Se Meloni definisce Guccini una propria “bussola”, si può tranquillamente risponderle: in che senso? Quali testi? Quali idee? Quale Guccini? Come concili ciò che dici di aver ricevuto da quelle canzoni con quello che sostieni politicamente oggi? Questa sarebbe una discussione interessante.
Si potrebbe persino concludere che Meloni abbia completamente frainteso Guccini. Il problema comincia quando si passa da “secondo me non hai capito Guccini” a qualcosa di molto diverso: tu non hai diritto a Guccini.
Ed è qui che, ascoltando Scanzi, improvvisamente non vedevo più un giornalista adulto che contestava una presidente del Consiglio. Vedevo il ragazzino davanti a me nel 1992. Quello che mi spiegava che io non potevo capire i Cure.
Scanzi insiste ossessivamente su una credenziale che considera definitiva: lui Guccini lo conosceva. Non semplicemente ne conosce l’opera. Conosceva lui. Era suo amico. Ci parlava. Sa cosa pensava. Sa cosa pensava di Meloni. E tutto questo è certamente rilevante se la questione è stabilire cosa Guccini pensasse politicamente di Giorgia Meloni.
Se un amico racconta che Guccini la detestava politicamente, è una testimonianza che può avere interesse. Ma Scanzi compie continuamente un passaggio ulteriore. Dalla conoscenza personale dell’uomo ricava una sorta di diritto privilegiato sull’interpretazione dell’artista.
Io l’ho capito Francesco. Tu no
Scanzi dice: “io, a differenza di Giorgia Meloni […] l’ho conosciuto Francesco, l’ho vissuto, l’ho frequentato”. Poi arriva alla frase che contiene praticamente tutto: “Io lo conoscevo Francesco e io l’ho capito Francesco. Tu non ci hai capito niente.”
Ed eccolo. Il sedicenne. È sopravvissuto. Solo che adesso ha quasi sessant’anni, una telecamera davanti e al posto della maglietta dei Cure c’è Francesco Guccini.
La grammatica è identica. Io c’ero prima di te. Io lo conosco meglio di te. Io so cosa significa veramente. Tu non sei dei nostri. E quindi: questa musica non ti appartiene.
È il vecchio gatekeeping adolescenziale trasferito dalla sottocultura musicale all’identità politica.
Una volta il problema erano gli anfibi sbagliati. Adesso è l’ideologia sbagliata.
La cosa interessante è che si possono sostenere contemporaneamente due idee senza alcuna contraddizione. La prima: Giorgia Meloni può avere interpretato Guccini in maniera profondamente incoerente rispetto alla propria politica. La seconda: Giorgia Meloni può amare Guccini quanto caxxo le pare.
Perché nessuno possiede un artista. Nemmeno i suoi amici. Nemmeno quelli che lo hanno conosciuto personalmente. Nemmeno quelli che lo ascoltavano prima degli altri.
E, in un certo senso, nemmeno l’artista possiede completamente ciò che la propria opera diventerà nella vita degli altri. Una canzone, una volta pubblicata, comincia una vita che non coincide più perfettamente con quella del suo autore.
Un artista non è proprietà privata
Posso amare un romanzo scritto da qualcuno che mi avrebbe trovato insopportabile. Posso commuovermi ascoltando un musicista che avrebbe disprezzato le mie idee politiche. Posso trovare in una canzone qualcosa che il suo autore non aveva intenzione di metterci. E posso persino essere incoerente.
La cultura è piena di queste contraddizioni. Si può essere atei e rimanere sconvolti dalla Passione secondo Matteo. Si può essere conservatori e amare Pasolini. Si può leggere Marx senza diventare marxisti.
Si può ascoltare un artista politicamente lontanissimo da noi e riconoscere qualcosa di sé dentro una sua canzone. Naturalmente questo non rende ogni interpretazione intelligente.
Se sostengo che Imagine sia un inno alla proprietà privata, qualcuno avrà ottime ragioni per spiegarmi che probabilmente non ho prestato molta attenzione. Ma potrà contestare la mia interpretazione. Non il mio diritto di ascoltare Lennon. È una differenza piccola solo apparentemente.
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La critica dice: “Secondo me non hai capito quest’opera, e ti spiego perché.” Il gatekeeping dice: “Quest’opera non è per quelli come te.”
La prima apre una discussione. Il secondo presidia un confine. Ed è precisamente il confine che presidiavamo noi da adolescenti.
In questo senso, il problema non è nemmeno stabilire se Scanzi abbia ragione quando sostiene che Meloni non abbia capito nulla di Guccini. Può anche darsi che abbia ragione. Il problema è quella trasformazione quasi impercettibile del ragionamento: dall’analisi dell’opera alla certificazione dell’ascoltatore.
Non discuto più quello che hai capito. Discuto chi sei tu per poterlo capire. Ed è una cosa completamente diversa.
La conoscenza come moneta
C’era poi un’altra cosa buffa nelle sottoculture di provincia. La conoscenza funzionava come una moneta. Chi possedeva informazioni rare possedeva prestigio.
“Io ho quel bootleg.” “Io conosco quel gruppo da prima.” “Io ho la prima stampa.” “Io li ho visti dal vivo.” Ogni frase aggiungeva qualche punto alla gerarchia invisibile dell’autenticità.
Scanzi possiede la credenziale definitiva: “Io ero suo amico.” GAME OVER!
È come se il dark più autorevole della Cagliari del 1992, dopo averci umiliato perché conoscevamo soltanto Disintegration, avesse tirato fuori dalla tasca il numero di telefono di Robert Smith.
A proposito: questa l’avevo scritta come battuta, ma a Cagliari bisogna stare attenti anche con le battute.
*Il mio arrangiamento per chitarra fingerstyle del brano “Friday I’m in Love” dei The Cure
Robert mi scrive quando arriva in Sardegna
Da anni sopravvive una meravigliosa leggenda della vecchia scena dark locale secondo la quale Robert Smith verrebbe ogni tanto in vacanza in Sardegna, naturalmente in posti appartati e rigorosamente lontani dai turisti, e una volta arrivato sull’isola manderebbe un messaggio ad alcune dark cagliaritane della vecchia guardia per passare un po’ di tempo con loro.
Non ho mai visto una fotografia, un messaggio, una testimonianza verificabile o qualunque altra cosa che dimostri che questa storia sia vera. Potrebbe anche essere tutto vero e io, nel dubbio, quindi, ritiro l’esempio del numero di telefono.
Nella gerarchia delle credenziali musicali cagliaritane esiste davvero un livello superiore a “io li ascoltavo prima di te”:“Robert mi scrive quando arriva in Sardegna.”
A quel punto mi arrendo. Hai vinto tu. Ma hai vinto che cosa?
Aver conosciuto Guccini può certamente permetterti di raccontare Guccini uomo. Può permetterti di testimoniare ciò che pensava, ciò che diceva privatamente, chi stimava e chi detestava. Non ti consegna però le chiavi della sua opera.
Non istituisce un ufficio immigrazione davanti alle sue canzoni. Non ti autorizza a distribuire passaporti: tu puoi entrare; tu no; tu hai capito; tu sei un poser; tu non sei abbastanza gucciniano; tu politicamente sei vestito male.
Altrimenti Guccini diventa esattamente ciò che erano diventati i Cure per noi. Una maglietta. Un segno di riconoscimento della tribù. La indossi tu perché appartieni al gruppo giusto. Se la indossa quello sbagliato, ti incazzi.
Tu non puoi ascoltarli
E forse il punto centrale sta proprio qui. Il gatekeeping culturale non consiste nell’avere opinioni forti su un artista. Non consiste nemmeno nel sostenere che qualcuno lo abbia interpretato male. È perfettamente lecito dire che una persona ha frainteso una canzone, un romanzo, un film. Possiamo discuterne per ore.
Il gatekeeping comincia quando l’opera smette di essere il centro del discorso e il centro diventa l’identità di chi la ascolta. Tu sei di destra. Tu sei di sinistra. Tu sei troppo commerciale. Tu frequenti quella gente. Tu non eri nella scena. Tu sei arrivato dopo. Tu non sai abbastanza. Tu non puoi capire.
È la stessa logica con cui un sedicenne poteva guardarti dalla testa ai piedi prima ancora di sapere quali dischi avessi a casa. Non gli interessava veramente sapere cosa provassi ascoltando quella musica. Gli interessava capire se avessi diritto di provarlo.
Ed è questo che rendeva quelle piccole ortodossie adolescenziali contemporaneamente ridicole e comprensibili. Ridicole perché nessuno possedeva i Cure. Comprensibili perché avevamo sedici anni e stavamo usando la musica per costruire noi stessi. Difendere la purezza del gruppo significava, in una maniera confusa e infantile, difendere la purezza della nostra identità.
E forse per questo oggi riesco persino a guardare con una certa tenerezza quei piccoli tribunali musicali. Avevano una funzione. Erano parte della crescita. Il problema nasce quando la crescita finisce e il tribunale rimane.
Poi uno dovrebbe crescere
Forse è questo che mi ha colpito tanto ascoltando quel video. Non l’attacco a Meloni. Non la faziosità politica. È stata la familiarità. Conoscevo quella voce. L’avevo già sentita. Solo che non arrivava da YouTube.
Arrivava da una Cagliari di trentacinque anni fa, da qualche gruppo di adolescenti che aveva appena scoperto una sottocultura nata a migliaia di chilometri di distanza e molti anni prima e, nel giro di una settimana, ne aveva acquisito la proprietà.
“Tu non puoi capire.” “Tu non c’eri.” “Tu non sei veramente uno di noi.” “Tu quella musica non puoi ascoltarla.”
La cosa paradossale è che allora tutto questo accadeva intorno a musiche che spesso avevano fatto della libertà individuale, della rottura delle convenzioni, della marginalità e del rifiuto dell’omologazione una parte importante della propria identità. E noi trasformavamo quella libertà in un regolamento condominiale.
Per entrare dovevi essere vestito in un certo modo. Dovevi conoscere le canzoni giuste. Dovevi frequentare le persone giuste. Dovevi avere scoperto il gruppo nel momento giusto.
Trent’anni dopo cambiano i vestiti, cambiano gli artisti, cambia la tribù. Il meccanismo può rimanere sorprendentemente uguale. E così Guccini diventa la maglietta dei Cure.
Non più un artista da ascoltare, interpretare, amare, fraintendere, magari contraddire. Diventa un distintivo. Una prova di appartenenza. Una cosa nostra che quelli sbagliati non devono toccare.
I vecchi capi della tribù
Oggi ho superato i 50 e, girando per Cagliari, mi capita di incrociare qualcuno di quelli che a sedici anni erano i sacerdoti delle nostre piccole chiese musicali. Il capo dei dark. Quello dei punk Oi. Il metallaro definitivo. Il rockabilly uscito da Memphis passando per Quartu.
Sono passati trentacinque anni. Sono cambiate facce, capelli, pance, lavori, famiglie, vite. Eppure alcuni li riconosci subito. Perché sono ancora quella cosa lì.
Sono ancora convinti di essere i depositari del punk, del dark, del metal, del rockabilly. Come se una sottocultura incontrata nell’adolescenza non fosse stata una tappa della formazione, ma una carica istituzionale conferita a vita.
Il punk non come musica che hai amato. Il punk come titolo nobiliare. Il dark non come una parte di quello che sei stato. Il dark come giurisdizione territoriale.
E quando li incontro mi viene sempre in mente Sean Penn in This Must Be the Place: Cheyenne, cinquantenne ancora truccato, cotonatissimo, vestito come se il tempo si fosse fermato nel momento esatto in cui aveva deciso chi sarebbe stato.

Solo che nel film quella figura è malinconica, quasi tenera. Nella vita reale, quando a cinquant’anni continui a spiegare agli altri chi può ascoltare cosa, chi è autentico e chi no, chi ha capito e chi non ha capito, la tenerezza dura molto meno.
Per questo che Scanzi, mentre rivendicava Guccini come territorio culturale al quale la Meloni non avrebbe diritto di accesso, mi è sembrato così familiare. Non mi ricordava un giornalista. Mi ricordava quelli. I vecchi capi delle tribù. Quelli che a sedici anni decidevano chi poteva mettere la maglietta dei Cure.
A cinquant’anni passati, forse, sarebbe il caso di essersi accorti che Robert Smith non è nostro. E nemmeno Guccini.

