Last Updated on 27 Settembre 2025 by Samuele Corona
Negli ultimi anni si è parlato con entusiasmo della cosiddetta “clinica queer”, presentata come un’alternativa emancipatoria rispetto alla psicologia clinica tradizionale. L’idea, sembrerebbe, sia quella di smantellare le categorie considerate “esclusive” e “oppressive” costruite su un modello dominante: eterosessuale, cisgender, bianco, adulto e abile. In teoria, un approccio capace di dare voce a chi si sente escluso dai paradigmi classici.
Eppure, se guardiamo più da vicino, emergono delle tensioni. La psicologia clinica tradizionale, con tutti i suoi limiti, si fonda su strumenti diagnostici e concettuali che permettono di orientare l’intervento clinico. Mettere radicalmente in discussione queste basi rischia di non rafforzare la disciplina, ma di indebolirla.
Non è mia intenzione difendere acriticamente la psicologia clinica tradizionale, che deve certamente aggiornarsi e correggere le proprie rigidità. Ma un approccio che mira a decostruire rischia di lasciare il campo vuoto.
Forse il punto non è scegliere tra clinica queer e psicologia clinica tradizionale, ma capire come mantenere un equilibrio: aprire lo sguardo alla complessità delle identità senza smarrire gli strumenti che ci permettono di prenderci cura, in modo concreto, della sofferenza psichica.
Premessa polemica: il camice bianco che non volevo e neppure i crediti ECM
Prima della riforma Lorenzin del 2018, essere psicologi significava muoversi in uno spazio non sanitario e non medicalizzato. Era una professione con una autonomia propria, libera dall’ansia di dover indossare un camice bianco per sentirsi legittimata.
Gli studenti di medicina sapevano bene a cosa andavano incontro: un percorso lungo, selettivo e totalizzante (si sono fatti davvero il mazzo). Psicologia, invece, era un percorso meno impegnativo (più ‘freak’, diciamolo): meno rigidità, meno sacrifici, più libertà. Un percorso che si distingueva proprio per questa alterità, per il non dover rincorrere il modello medico.
In psicologia, per dirla tutta, vi erano anche i “rifugiati di medicina”: studenti che avevano sognato il camice ma, non riuscendoci, hanno passato la carriera a inseguirlo per procura.
Vale la pena ricordare che questa distinzione tra psicologia e medicina non è sempre esistita. Freud e Jung, per esempio, erano entrambi medici: all’epoca, occuparsi di mente significava passare obbligatoriamente attraverso la medicina.
Solo dalla fine dell’Ottocento, con la psicologia sperimentale di Wundt e poi nel secondo dopoguerra, psicologia e psichiatria hanno preso strade separate. La psichiatria si è medicalizzata sempre di più, spinta anche dall’avvento degli psicofarmaci, mentre la psicologia ha scelto un percorso accademico autonomo, libero dai vincoli del camice bianco.
Vi sarebbe anche l’eredità del dualismo cartesiano: corpo e mente concepiti come entità distinte, che nel Novecento hanno dato origine a due percorsi universitari divergenti. Insomma, la psicologia nasce e cresce come alternativa alla medicina.
Con la riforma Lorenzin gli psicologi sono stati inseriti tra le professioni sanitarie. Un riconoscimento? Dipende. Per chi lavora in ambito clinico, soprattutto nei contesti istituzionali, questo passaggio può avere senso: serve un inquadramento sanitario e, soprattutto, una formazione adeguata per collaborare davvero alla pari con gli psichiatri. In questo caso avrebbe avuto logica prevedere una specializzazione medica specifica per gli psicologi, accessibile “gratuitamente”, così da fornire le competenze necessarie senza trasformare tutto in un ulteriore ostacolo economico e burocratico. Ma non tutte le specializzazioni dello psicologo hanno bisogno di un inquadramento sanitario.
Di certo è stato l’inizio di una nuova dipendenza simbolica e burocratica: crediti ECM da accumulare, gestione della Tessera Sanitaria Nazionale, spese extra dal commercialista, tempo sottratto alla propria vita. Più che una conquista, sembra una normalizzazione, un appiattimento sull’idea che per contare occorra imitare il medico.
I corsi ECM costano così tanto da sembrare più un business che un reale investimento nella formazione professionale. La caricatura più grottesca sono gli ebook ECM: semplici pdf venduti a prezzi esorbitanti, che puoi usare direttamente per rispondere al test a scelta multipla necessario a ottenere l’attestato. Non serve davvero studiare: basta consultare il file mentre compili le risposte. Il momento più surreale arriva quando ti chiedono persino di dichiarare di aver studiato e non copiato. Un rituale burocratico che sa più di farsa che di crescita professionale.
E in tanto, non di rado, gli Ordini mettono in evidenza corsi ECM gratuiti su clinica queer e tematiche LGBT+. Un caso? Difficile pensarlo. La formazione sembra orientata da incentivi mirati: paghi profumatamente un pdf sull’insonnia, ma su gender e inclusività ti formi gratis. Più che semplice aggiornamento, sembra emergere un’agenda ideologico-culturale ben precisa.
(Chiudo la premessa polemica)
La psicologia clinica ha bisogno di regole comuni
Ogni disciplina scientifica vive di categorie, senza le quali non sarebbe possibile né descrivere né comprendere i fenomeni che studia. La medicina distingue salute e malattia; la psicologia distingue ciò che favorisce l’adattamento da ciò che invece produce sofferenza o disfunzione. Senza queste cornici, la pratica clinica si trasformerebbe in un territorio vago, privo di coordinate condivise.
Affermare l’esistenza di una “norma” non significa introdurre un criterio morale, ma descrivere ciò che statisticamente si riscontra con maggiore frequenza. Wakefield (1992) lo ha chiarito bene: la norma indica la media, non la virtù. Dormire sette-otto ore a notte rientra nella consuetudine della popolazione; chi ne dorme cinque non è un “cattivo essere umano”, ma si discosta da un parametro che può avere conseguenze cliniche. È un dato osservativo, non un giudizio di valore.
- Lingiardi, Vittorio(Autore)
In questo senso, la clinica psicologica ha bisogno di strumenti stabili, capaci di distinguere il funzionamento tipico da quello problematico. La cosiddetta “clinica queer”, invece, tende a confondere i livelli: interpreta le categorie scientifiche come imposizioni culturali, leggendo ogni distinzione come un atto di esclusione o come il riflesso di un potere normativo. Ma così facendo svuota la psicologia della sua funzione descrittiva e clinica, riducendola a un’arena ideologica.
La psicologia, per rimanere scienza, deve difendere la possibilità di parlare di regole comuni, di misure e di deviazioni statistiche. Solo su queste basi si può costruire un sapere utile alle persone, senza cadere né nel moralismo né nel relativismo radicale.
Il rischio del relativismo radicale
La psicologia vive di cornici interpretative che permettono di distinguere ciò che facilita l’adattamento da ciò che invece genera sofferenza. Senza questi strumenti, il lavoro clinico si riduce a un flusso di opinioni, privo di parametri condivisi.
La clinica queer sostiene che “non esiste neutralità”, quindi anche la psicologia tradizionale non sarebbe altro che un costrutto di potere (Butler, 2004). Ma se portiamo alle estreme conseguenze questa affermazione, allora anche la clinica queer diventa a sua volta un costrutto di potere. È un cane che si morde la coda: smontando ogni criterio, si priva di legittimità anche il proprio.
Il problema non è soltanto teorico. Senza criteri comuni, come facciamo a distinguere chi soffre davvero da chi manifesta semplicemente una variante della normalità? Dove finisce l’esperienza soggettiva e dove inizia la patologia che richiede aiuto clinico? Senza categorie, la psicologia non potrebbe più assumersi la responsabilità di operare distinzioni utili, ma diventerebbe un mero accompagnamento ideologico, un discorso che cambia a seconda del contesto politico o culturale.
Come ricorda Haidt (2012), il relativismo radicale svuota la psicologia della sua funzione pratica: aiutare le persone a stare meglio, a ridurre il dolore psichico, a trovare strategie di adattamento. Perché se “vale tutto”, allora nulla ha più valore clinico. Una scienza che rinuncia ai criteri condivisi non diventa più libera, ma semplicemente più impotente.
Perché la norma non è il nemico
Pensiamo a una terapia: una persona arriva perché non riesce più a lavorare, a dormire, a mantenere relazioni significative. Se eliminiamo ogni idea di norma, con quali criteri possiamo dire se questa persona sta bene o male? Senza un riferimento condiviso, il rischio è che la clinica diventi cieca: tutto diventa relativo, e quindi nulla è più distinguibile.
- Editore: Codice
- Autore: Jonathan Haidt , Ciro Castiello , Marco Cupellaro , Paola Marangon , Marina Rullo
- Collana:
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2021
Le norme cliniche non sono catene, ma strumenti di orientamento (Wakefield, 1999). Funzionano come mappe: non stabiliscono chi devi essere, né riducono la complessità della tua esperienza, ma offrono punti di riferimento per capire dove ti trovi rispetto al benessere psicologico. Dire che dormire otto ore è la media non significa condannare chi ne dorme cinque, ma avere un criterio per valutare quando la mancanza di sonno compromette la salute.
La confusione nasce quando si interpreta la “norma” come imposizione culturale, come se la clinica volesse disciplinare le persone a conformarsi a un modello unico. In realtà, la norma serve a distinguere: tra ciò che è semplicemente diverso e ciò che, invece, genera sofferenza o impedisce il funzionamento quotidiano.
Senza norme cliniche, la psicologia non potrebbe assumersi la responsabilità di aiutare: si ridurrebbe a un accompagnamento privo di strumenti, più simile a un discorso politico che a una pratica terapeutica. Per questo la norma non è il nemico, ma il presupposto di ogni intervento che voglia essere davvero efficace e rispettoso della complessità umana.
Universalismo = inclusione
Un’accusa ricorrente è che la psicologia tradizionale sia “esclusiva” o persino “oppressiva”. Ma questa visione ribalta i termini della questione: proprio perché la psicologia cerca strutture universali della mente e del comportamento, essa è inclusiva per definizione. Non frammenta le persone in categorie di appartenenza, non costruisce saperi separati per piccoli gruppi, ma tenta di offrire strumenti validi per tutti.
Se, come sostengono scienziati cognitivi del calibro di Pinker (2002), esistono tratti cognitivi e psichici comuni a ogni essere umano, allora una psicologia che si fonda su questi tratti possiede una forza intrinsecamente inclusiva.
- Pinker, Steven(Autore)
Significa partire da ciò che ci accomuna prima ancora di riconoscere le nostre differenze: la capacità di apprendere, di emozionarci, di soffrire e di adattarci. Una clinica costruita su queste basi non esclude nessuno, perché si rivolge a ciò che è condiviso da tutti.
La clinica queer, al contrario, tende a settorializzare. Nel voler rappresentare specifici gruppi, rischia di ridurre il campo clinico a una nicchia, parlando soltanto a chi si riconosce in quella identità. È un approccio che divide invece di unire, che frammenta invece di costruire un linguaggio comune. In questo modo, la psicologia perde la sua forza universalista e rischia di trasformarsi in una somma di micro-discipline autoreferenziali.
L’universalismo non è il contrario dell’inclusione, ma il suo presupposto. Solo cercando i tratti comuni possiamo costruire una psicologia che accolga davvero tutti, senza ridurci a un mosaico di specialismi ideologici.
La contraddizione interna della clinica queer
C’è un altro punto, forse il più spinoso: la queer theory sostiene che ogni norma sia un’imposizione di potere, una forma di disciplinamento sociale travestita da sapere. Secondo questa prospettiva, anche la psicologia tradizionale sarebbe complice di un sistema che produce esclusione attraverso le proprie categorie diagnostiche e i propri criteri di valutazione.
Il paradosso, tuttavia, è che mentre accusa la psicologia di essere normativa, la clinica queer finisce per produrre nuove norme. Non più l’obbligo di distinguere salute e malattia, adattamento e disfunzione, ma quello di “decostruire”, di “smantellare” le categorie tradizionali, di leggere ogni esperienza sotto la lente del potere. In altre parole, si sostituisce un imperativo con un altro: non devi più conformarti alle categorie cliniche, ma devi obbedire al principio della decostruzione.
Come osserva Nussbaum (1999), si tratta di una contraddizione evidente: un discorso che pretende di liberare dalle norme diventa esso stesso normativo. E non solo: spesso queste nuove regole non hanno la stessa solidità empirica delle categorie che intendono demolire. Così, la clinica queer rischia di scivolare in un terreno ideologico, in cui ciò che conta non è aiutare chi soffre, ma ribadire un posizionamento politico.
La psicologia, se vuole restare scienza, deve certo interrogarsi sulle proprie categorie, ma non può rinunciare ad averne. Altrimenti rischia di fare la fine della clinica queer: criticare la normatività altrui mentre, senza accorgersene, costruisce la propria.
Più scienza, meno ideologia
La clinica queer solleva domande legittime: come includere le diversità, come evitare che le categorie cliniche diventino strumenti di esclusione o di stigmatizzazione. Sono questioni reali, che meritano attenzione e che la psicologia non può ignorare. Tuttavia, la strada che questa prospettiva propone rischia di sacrificare la solidità scientifica in nome dell’ideologia. Se tutto viene letto come costruzione culturale e atto di potere, allora la psicologia perde la sua funzione di disciplina empirica, trasformandosi in un linguaggio politico.
- Appia, Caterina(Autore)
La psicologia tradizionale, pur con le sue imperfezioni, rimane invece uno strumento fondamentale. Offre criteri oggettivi, verificabili e condivisi per distinguere tra benessere e sofferenza, tra funzionamento adattivo e disfunzione. Non si tratta di imporre un modello unico di vita buona, ma di fornire mappe cliniche che aiutino a orientarsi. Senza queste mappe, il rischio è che la terapia diventi una conversazione senza bussola, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone.
Il futuro della psicologia non sta nello smantellarla, ma nel renderla più attenta e sensibile alle differenze. È possibile accogliere la pluralità delle esperienze senza rinunciare al cuore scientifico della disciplina: la ricerca empirica, la verifica dei dati, la costruzione di criteri comuni. Solo così la psicologia potrà essere davvero inclusiva e, al tempo stesso, utile. Perché senza scienza non c’è clinica: c’è soltanto ideologia travestita da cura.
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Bibliografia
- Butler, J. (1990). Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità
- Butler, J. (2004). Fare e disfare il genere
- Foucault, M. (1976). La volontà di sapere
- Haidt, J. (2012). Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione
- Nussbaum, M. (1999). The Professor of Parody: The Hip Defeatism of Judith Butler. The New Republic, 22 Febbraio.
- Pinker, S. (2002). Tabula rasa: Perchè non è vero che gli uomini nascono tutti uguali
- Wakefield, J. C. (1992). “The Concept of Mental Disorder: On the Boundary Between Biological Facts and Social Values.” American Psychologist, 47(3), 373–388.
- Wakefield, J. C. (1999). “Evolutionary versus Prototype Analyses of the Concept of Disorder.” Journal of Abnormal Psychology, 108(3), 374–399.

