Last Updated on 10 Ottobre 2026 by Samuele Corona
Quando la popolarità diventa uno strumento di prepotenza e il cittadino comune si ritrova solo davanti a un esercito di follower.
La nuova prepotenza digitale
C’è una forma di prepotenza che negli ultimi anni è diventata talmente comune da essere considerata quasi normale. È quella esercitata da chi dispone di una grande visibilità sui social nei confronti di chi non ne ha. Giornalisti, opinionisti, influencer e personaggi più o meno noti che, grazie a migliaia di follower, possono trasformare una polemica qualsiasi in una pubblica umiliazione. Non hanno necessariamente bisogno di minacciare qualcuno o di invitare esplicitamente i propri seguaci ad attaccarlo. A volte è sufficiente pubblicare uno screenshot, accompagnarlo con una battuta sprezzante, indicare un bersaglio e lasciare che il resto lo faccia la folla.
Il meccanismo è semplice quanto disgustoso. Un personaggio con un seguito consistente prende di mira un cittadino comune, magari colpevole di aver scritto una sciocchezza, espresso un’opinione impopolare o semplicemente contraddetto la persona sbagliata. Nel giro di poche ore possono arrivare decine, centinaia o migliaia di commenti. Insulti, derisioni, giudizi morali, attacchi personali. Perfetti sconosciuti che si sentono improvvisamente autorizzati a partecipare a un’esecuzione pubblica della reputazione altrui.
Non ogni critica pubblica costituisce bullismo, naturalmente. Ma quando una persona dispone di un megafono capace di raggiungere centinaia di migliaia di individui, fingere che le conseguenze delle proprie parole non la riguardino mai è quantomeno discutibile.
Il coraggio di chi ha centomila persone alle spalle
Esiste una differenza enorme tra criticare un politico, un ministro, un grande imprenditore o un altro personaggio pubblico e mettere alla berlina un cittadino comune. Nel primo caso il confronto avviene spesso tra soggetti che dispongono di strumenti per rispondere, difendersi e far conoscere la propria versione dei fatti. Nel secondo, il rapporto di forza può essere talmente sproporzionato da rendere qualsiasi replica praticamente inutile.
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Formalmente entrambi hanno diritto di parola. Nella realtà, però, uno possiede un apparato di amplificazione e l’altro può soltanto sperare che la tempesta finisca presto. È qui che la libertà di espressione rischia di trasformarsi in un privilegio esercitato dal più forte contro il più debole.
La cosa ancora più paradossale è che questa forma di prepotenza può essere praticata anche da persone che pubblicamente si presentano come difensori del rispetto, della sensibilità, dell’inclusione e della dignità umana. Prontissime a indignarsi per una parola sbagliata, ma talvolta assai meno attente alle conseguenze che una propria polemica può avere sulla vita di un individuo.
Il rispetto, però, non dovrebbe dipendere dalle opinioni di una persona, dalla sua simpatia o dall’appartenenza alla tribù culturale giusta. Se vale soltanto per chi la pensa come noi, non è rispetto. È semplice solidarietà di gruppo.
Il gregge digitale e il bisogno di un capobranco
E poi ci sono i follower. Non tutti, naturalmente, ma quella parte di pubblico che sembra aver rinunciato a qualsiasi autonomia di giudizio. Persone che aspettano qualcuno di sufficientemente famoso per sapere contro chi indignarsi, chi deridere e chi sommergere di commenti. Un gregge digitale che trova nella partecipazione alla gogna un senso di appartenenza, forse perfino una piccola gratificazione personale.
Non importa conoscere davvero i fatti, ascoltare l’altra versione o domandarsi se la punizione collettiva sia proporzionata alla presunta colpa. Conta stare dalla parte giusta del branco, dimostrare fedeltà al proprio riferimento e aggiungere la propria pietra. È un comportamento che ha ben poco a che vedere con il pensiero critico e molto con il conformismo.
Naturalmente, chi pubblica un contenuto non è automaticamente responsabile di qualsiasi comportamento dei propri follower. Ma esiste una responsabilità morale che merita di essere discussa. Se una persona sa di avere un pubblico particolarmente aggressivo, può davvero ignorare il rischio che un suo post scateni una campagna di attacchi contro qualcuno?
Non serve necessariamente dare un ordine per esercitare influenza. A volte basta indicare una direzione, sapendo che qualcuno sarà pronto a seguirla. E quando quella direzione conduce all’umiliazione di un cittadino comune, il problema non può essere liquidato con la solita scusa: io ho soltanto espresso un’opinione.
Facebook, la fabbrica dell’indignazione
In tutto questo Facebook merita un discorso a parte. Perché sarebbe troppo comodo attribuire ogni responsabilità agli utenti e fingere che la piattaforma sia un innocente spazio pubblico dove le persone si incontrano e discutono liberamente. Facebook è prima di tutto un’impresa commerciale, il cui modello economico dipende in larga misura dalla pubblicità e dall’attenzione degli utenti. Più tempo trascorriamo sulla piattaforma, più occasioni esistono per mostrarci contenuti e inserzioni.
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La rabbia, la polemica e l’indignazione sono capaci di generare coinvolgimento. Un ambiente che seleziona e distribuisce contenuti anche in base alle interazioni può quindi contribuire ad amplificare discussioni conflittuali. Questo non significa che ogni insulto venga deliberatamente premiato dall’algoritmo, ma significa che il sistema degli incentivi merita una critica molto più severa.
Una discussione ragionevole può esaurirsi dopo pochi commenti. Una polemica velenosa, invece, può alimentarsi per giorni, con persone che tornano continuamente a controllare le risposte, replicare agli insulti e difendere la propria fazione.
Il risultato è un ambiente in cui il rumore rischia di prevalere sul ragionamento, la provocazione sulla qualità e l’umiliazione pubblica sull’informazione. E mentre gli utenti si azzuffano, la piattaforma continua a beneficiare della loro attenzione. Il paradosso è grottesco: persone che si insultano gratuitamente, convinte di partecipare a grandi battaglie morali, mentre contribuiscono ad alimentare un sistema commerciale.
Per uno è un post, per l’altro può diventare un incubo
Uno degli aspetti più crudeli della gogna digitale è la diversa percezione delle conseguenze. Per chi dispone di un pubblico enorme, una polemica può essere soltanto un contenuto tra tanti. Produce commenti, visualizzazioni, condivisioni e magari nuovi follower. Dopo qualche giorno arriva un altro argomento, un’altra polemica, un altro bersaglio. Il precedente viene dimenticato.
Per la persona finita sotto i riflettori, invece, le conseguenze possono essere molto diverse. Il suo nome può restare associato a un’umiliazione pubblica, può ricevere messaggi offensivi, temere ripercussioni professionali o vedere coinvolti amici e familiari. E tutto questo può accadere anche per una frase infelice, una sciocchezza o un’opinione discutibile.
Da quando dire una stupidaggine significa meritare una punizione collettiva? Da quando un errore autorizza una folla di sconosciuti a trasformarsi in giudici e carnefici della reputazione altrui?
Il problema è proprio questo: sui social la punizione può diventare enormemente sproporzionata rispetto al comportamento che l’ha provocata. Non esiste un processo, non esiste un contraddittorio garantito, non esiste una misura condivisa della sanzione. Esiste soltanto una folla che decide di volta in volta quanto accanirsi, spesso senza conoscere davvero la persona che sta attaccando.
Il diritto di essere persone comuni
C’è un diritto che meriterebbe maggiore attenzione, anche se non esiste come categoria giuridica autonoma con questo nome: il diritto all’irrilevanza pubblica. Non nel senso di poter pretendere che nessuno ci critichi, ma nel senso di non essere trasformati gratuitamente in personaggi pubblici soltanto perché qualcuno molto più famoso ha deciso di esporci alla propria platea.
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Un cittadino comune dovrebbe poter esprimere opinioni discutibili, sbagliare, cambiare idea e perfino dire sciocchezze senza rischiare di diventare improvvisamente il bersaglio di migliaia di sconosciuti. Non ogni frase pubblicata su Facebook ha un interesse pubblico tale da giustificare la diffusione del nome, della fotografia e del profilo personale del suo autore.
Questa distinzione dovrebbe essere particolarmente chiara a chi esercita professionalmente il mestiere dell’informazione. Un giornalista dovrebbe conoscere la differenza tra raccontare un fatto rilevante e trasformare una persona in materiale da intrattenimento. Un influencer dovrebbe comprendere che la propria capacità di raggiungere migliaia di individui comporta una responsabilità proporzionata alla propria influenza.
Il cittadino comune non deve procurarsi un esercito digitale per essere rispettato. Non deve diventare famoso per potersi difendere. E soprattutto non deve essere costretto a mettere in piazza la propria vita per dimostrare di meritare un trattamento dignitoso.
La soluzione è mandare Facebook al diavolo?
A questo punto la soluzione più immediata sembrerebbe una sola: mandare Facebook al diavolo. Chiudere il profilo, cancellare l’applicazione e smettere di partecipare a questo circo. Per molte persone potrebbe essere una scelta liberatoria. Non esiste alcun obbligo di restare in un ambiente digitale che peggiora l’umore, sottrae tempo e ci espone continuamente a dinamiche che non abbiamo alcuna voglia di subire.
Abbandonare Facebook non significa necessariamente isolarsi dal mondo. Le amicizie autentiche, le relazioni personali e la possibilità di informarsi esistevano prima dei social e continueranno a esistere anche senza di essi. Anzi, recuperare una parte del tempo regalato quotidianamente alla piattaforma potrebbe essere uno dei benefici più concreti.
Ma c’è una questione che non possiamo ignorare. Perché dovrebbe andarsene chi subisce una prepotenza? Perché dovrebbe rinunciare a uno spazio di comunicazione il cittadino comune, mentre chi dispone di un esercito di seguaci continua tranquillamente a utilizzarlo come megafono?
Sarebbe come suggerire a una persona sistematicamente insultata in piazza di non uscire più di casa. Una soluzione forse efficace sul piano individuale, ma profondamente insoddisfacente sul piano collettivo.
Andarsene deve essere una libertà, non una resa obbligatoria. E restare non dovrebbe significare accettare di diventare un bersaglio.
Difendersi senza avere un esercito di follower
Esistono alternative alla fuga, anche se nessuna garantisce una protezione assoluta. La prima consiste nel rifiutare le regole della gogna. Rispondere a ogni insulto, cercare di convincere ogni aggressore o ingaggiare una battaglia pubblica contro una folla numericamente superiore può soltanto alimentare ulteriormente la polemica. Non rispondere non significa ammettere una colpa. Significa rifiutarsi di partecipare a uno spettacolo costruito sulla propria pelle.
Questo non vuol dire subire passivamente. Significa conservare screenshot, collegamenti, date e messaggi, documentare gli attacchi, segnalare i contenuti offensivi e valutare gli strumenti legali quando si verificano minacce, molestie o possibili diffamazioni. Bloccare un aggressore non è censurarlo: è impedirgli di utilizzare il nostro spazio personale come una discarica.
Si possono inoltre limitare i commenti, restringere la visibilità delle informazioni personali e chiedere la rimozione di contenuti illeciti. Nell’Unione europea il Digital Services Act prevede obblighi per le piattaforme in materia di segnalazione dei contenuti illegali e meccanismi di reclamo contro determinate decisioni di moderazione.
Ma la difesa più importante è forse collettiva. Smettere di condividere contenuti che espongono inutilmente persone comuni, rifiutarsi di partecipare agli insulti e non premiare con visualizzazioni e interazioni chi costruisce la propria notorietà sulla derisione altrui. Una gogna ha bisogno di spettatori e partecipanti. Senza di loro perde gran parte della propria forza.
Non regalare attenzione a chi vive di polemiche
Esiste una forma di disobbedienza digitale che non richiede manifestazioni, petizioni o grandi organizzazioni. Consiste semplicemente nel sottrarre attenzione a chi trasforma continuamente il conflitto in spettacolo. Smettere di seguire determinati personaggi, non condividere le loro provocazioni, non commentare ogni polemica e non contribuire a diffondere contenuti costruiti per suscitare indignazione.
Libro consigliato: “Le non cose: Come abbiamo smesso di vivere il reale” di Byung-Chul Han
È una scelta meno appariscente di una risposta furiosa, ma può essere più coerente con l’obiettivo. Se la visibilità è una risorsa economica e reputazionale, continuare a discutere ossessivamente di chi provoca significa spesso contribuire al successo del meccanismo che si vorrebbe contestare.
Anche per questo lasciare Facebook, o ridurne drasticamente l’utilizzo, può rappresentare una decisione sensata. Non perché la piattaforma debba essere abbandonata da chi subisce, ma perché nessuno è obbligato a regalare il proprio tempo a un sistema che considera sempre meno utile.
Il punto non è convincere tutti a cancellare il proprio account. È recuperare la libertà di decidere dove spendere la propria attenzione, quali conversazioni meritano il nostro tempo e quali personaggi non meritano nemmeno un clic.
La libertà digitale non consiste soltanto nel poter pubblicare qualcosa. Consiste anche nel poter scegliere di non partecipare a un gioco le cui regole sono stabilite da altri.
La vecchia legge del più forte, con una connessione migliore
Ci piace pensare che internet abbia democratizzato la parola. In parte è vero: oggi chiunque può esprimere un’opinione e raggiungere persone che un tempo sarebbero state irraggiungibili. Ma poter parlare non significa poter essere ascoltati, e soprattutto non significa poter competere con chi dispone di una macchina comunicativa enormemente più potente.
La vecchia legge del più forte non è scomparsa. Ha semplicemente cambiato abito. Oggi il più forte può essere quello con più follower, più visibilità e più capacità di indirizzare l’attenzione pubblica. Il più debole può essere qualcuno che ha scritto la cosa sbagliata nel posto sbagliato, attirando l’attenzione della persona sbagliata.
La popolarità, però, non è una patente di superiorità morale. Avere centomila persone che ti seguono non rende le tue opinioni centomila volte più vere e non ti attribuisce alcun diritto supplementare sulla dignità degli altri.
La forza di un giornalista dovrebbe misurarsi nella capacità di mettere in discussione il potere, non nella facilità con cui può esporre alla derisione chi non possiede gli strumenti per difendersi. Quella di un influencer dovrebbe misurarsi nella capacità di gestire responsabilmente il proprio pubblico, non nel numero di persone che riesce a mobilitare contro un bersaglio.
Perché colpire chi non può rispondere ad armi pari non è coraggio. E farlo davanti a una folla che applaude non rende il gesto più nobile.
Lo rende soltanto più facile.
Il diritto di non avere un gregge
Forse è arrivato il momento di smettere di confondere il numero dei follower con l’autorevolezza, la popolarità con la ragione e la capacità di mobilitare una folla con il diritto di giudicare gli altri.
Un cittadino comune non deve costruirsi un esercito digitale per essere rispettato. Non deve diventare un influencer per poter replicare a un influencer. Non deve trasformare la propria esistenza in una battaglia quotidiana per ottenere il diritto di parlare senza essere pubblicamente umiliato.
E non deve nemmeno essere obbligato ad abbandonare Facebook, anche se forse dovremmo tutti domandarci più spesso se valga davvero la pena restarci.
La questione, in fondo, non riguarda soltanto i social. Riguarda una cultura che rischia di considerare normale l’umiliazione pubblica, purché il bersaglio sia abbastanza isolato e la folla abbastanza numerosa. Una cultura in cui il più forte può presentare la propria prepotenza come coraggio, il proprio sarcasmo come giustizia e il proprio seguito come dimostrazione di avere ragione.
La risposta non può essere soltanto chiedere al più debole di sparire. Deve essere anche smettere di concedere al più forte un’autorità che non gli spetta, pretendere responsabilità dalle piattaforme e rifiutare la trasformazione della dignità umana in uno spettacolo da consumare.
Perché non avere un gregge alle spalle non significa valere meno di chi ce l’ha.
E il diritto di essere lasciati in pace non dovrebbe dipendere dal numero di persone disposte a difenderci.
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