Last Updated on 11 Settembre 2025 by Samuele Corona
John Lennon scrisse Glass Onion nel 1968 su The Beatles (White Album) come una beffa deliberata verso i fan più curiosi che amavano inseguire simbolismi nascosti nei testi dei Beatles
Il verso “the walrus was Paul” venne incorporato proprio per confondere e provocare, ma finì per diventare uno degli indizi chiave della popolare leggenda urbana “Paul is Dead” Wikipedia.
Nel 1969, infatti, un’ondata di interpretazioni sul presunto decesso di Paul McCartney nel 1966 si diffuse tra i fan, soprattutto negli USA. La frase di Lennon fu letta come un “indizio” aggiuntivo: i fan interpretavano il tricheco come simbolo legato alla morte, alimentando ulteriormente il mito.
*Se può interessarti, ho realizzato un arrangiamento per chitarra fingerstyle [Link alla cover]
Una burla verso i fan troppo curiosi
Il titolo Glass Onion non è un’invenzione casuale: indica un tipo di bottiglia in vetro usata sulle navi inglesi del ‘700-‘800, stabile grazie alla forma tondeggiante. Lennon lo scelse però soprattutto come metafora. La “cipolla di vetro” rappresenta qualcosa di apparentemente trasparente ma in realtà fatto di strati, proprio come i testi dei Beatles.
Quando John Lennon scrisse Glass Onion, aveva in mente un obiettivo molto preciso: divertirsi alle spalle dei fan più maniacali che passavano le giornate a decifrare i testi dei Beatles, convinti che in ogni parola si nascondessero significati segreti, messaggi rivoluzionari o verità mistiche. Fin dagli esordi, infatti, il gruppo aveva alimentato (spesso involontariamente) un alone di mistero attorno alle proprie canzoni.
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Brani come Lucy in the Sky with Diamonds o I Am the Walrus avevano spinto i beatlemanici più visionari a lanciarsi in interpretazioni psichedeliche, filosofiche o addirittura complottiste. Lennon, che aveva un carattere ironico e spesso cinico, decise quindi di ribaltare il gioco: scrivere un testo che fosse un concentrato di riferimenti autoreferenziali, costruito apposta per mandare in confusione i propri fan.
In Glass Onion troviamo infatti citazioni dirette a canzoni già note del repertorio dei Beatles: Strawberry Fields Forever, Lady Madonna, The Fool on the Hill, Fixing a Hole. È come se Lennon avesse messo insieme un mosaico di indizi: tasselli affascinanti che non si ricompongono mai in un’unica figura, ma che proprio per questo continuano a incuriosire e a risuonare.
“The Walrus was Paul” e la leggenda della morte di McCartney
Uno dei momenti più celebri e discussi di Glass Onion è il verso in cui John Lennon canta: “Well, here’s another clue for you all: the walrus was Paul”. A prima vista sembra una semplice battuta, un nuovo tassello del gioco metatestuale con cui Lennon stava prendendo in giro i fan.
In realtà, questa frase finì per avere conseguenze inaspettate, diventando uno dei pilastri della più grande leggenda metropolitana legata ai Beatles: quella secondo cui Paul McCartney sarebbe morto nel 1966 e sostituito da un sosia.
- Andriola, Fabio(Autore)
La teoria, nata negli Stati Uniti verso la fine del 1969, sosteneva che il vero McCartney fosse rimasto ucciso in un incidente stradale e che la band, per non sciogliersi, lo avesse rimpiazzato con un sosia di nome William Campbell. Secondo i sostenitori della teoria, i Beatles avrebbero disseminato i loro album di “indizi” subliminali per rivelare la verità senza dichiararla apertamente.
In questo contesto, la frase di Glass Onion divenne un appiglio perfetto: se in I Am the Walrus Lennon aveva identificato sé stesso come il tricheco, ora dichiarava che in realtà il tricheco era Paul. E per molti fan il tricheco, figura enigmatica e malinconica, simboleggiava la morte.
Lennon, in realtà, aveva scritto quella battuta con puro spirito provocatorio. Era consapevole che ogni parola dei Beatles veniva esaminata con lente d’ingrandimento e pensò di aggiungere un indizio volutamente fuorviante. Intervistato, disse che l’idea di trasformare Paul in “walrus” era nata quasi per scherzo, un modo per alimentare il caos interpretativo.
Il ritorno di Ringo alle sessioni del White Album
Quando si parla di Glass Onion, è impossibile non collegarla a un momento cruciale della vita interna dei Beatles: il temporaneo abbandono di Ringo Starr durante le travagliate sessioni del White Album.
Nell’estate del 1968, il clima nello studio di Abbey Road era particolarmente teso. Le personalità dei quattro musicisti si scontravano sempre più spesso, anche a causa della pressione creativa e delle divergenze su come dovessero essere arrangiati i brani. In questo contesto, Ringo si sentì emarginato e poco valorizzato. Paul McCartney, molto esigente sul piano musicale, non esitava a suggerire modifiche alle parti ritmiche, arrivando perfino a registrare lui stesso la batteria in alcuni pezzi.
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Questa tensione raggiunse l’apice quando Ringo decise di lasciare momentaneamente il gruppo, convinto che gli altri non avessero più fiducia nelle sue capacità. La sua assenza si riflette in canzoni come Back in the U.S.S.R. e Dear Prudence, dove la batteria fu effettivamente suonata da McCartney. L’allontanamento, seppur breve, fece temere il peggio: che il gruppo potesse davvero iniziare a sgretolarsi dall’interno.
Il ritorno di Ringo, tuttavia, fu salutato come un piccolo evento. Per accoglierlo, gli altri Beatles decorarono la sua batteria con fiori, un gesto affettuoso per dimostrare che era parte integrante della band. Glass Onion fu una delle prime tracce registrate dopo il suo rientro, e il fatto che Ringo fosse tornato dietro alla batteria donò al brano una solidità ritmica che lo distingue rispetto alle registrazioni precedenti.
L’eredità di The White Album dei Beatles
A oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione, The Beatles (conosciuto universalmente come White Album) rimane uno dei lavori più enigmatici, contraddittori e influenti della storia della musica popolare. La sua forza sta nella varietà: due dischi di canzoni che spaziano dal rock abrasivo al folk acustico, dal blues sporco all’avanguardia, senza mai perdere l’impronta inconfondibile dei Beatles.
È un disco che ha diviso i critici e affascinato generazioni di ascoltatori, proprio perché sembra contenere mondi diversi sotto la stessa copertina bianca, volutamente spoglia. Ian MacDonald (un critico musicale e autore britannico) ha definito il White Album uno dei lavori più enigmatici della musica pop
- MacDonald, Ian(Autore)
Brani come Helter Skelter, Blackbird o While My Guitar Gently Weeps hanno segnato la storia, mentre canzoni più ironiche e metatestuali, come Glass Onion, hanno alimentato il mito e la leggenda del gruppo, giocando con il rapporto tra artista e pubblico.
La sua eredità va oltre la musica: The White Album ha plasmato il concetto stesso di album come spazio libero e sperimentale, un contenitore in cui l’artista può muoversi senza limiti di genere o di forma. Ancora oggi continua a essere citato, studiato e reinterpretato, simbolo di un’epoca in cui i Beatles non erano soltanto una band, ma il punto di riferimento di un immaginario collettivo che cercava nella musica chiavi di lettura del presente e del futuro.
La mia Glass Onion fingerstyle
Il White Album mi accompagna sin da quando ero adolescente. È diventato una specie di ossessione: ho consumato quel doppio vinile fino a conoscerlo a memoria, ogni pausa, ogni sfumatura. Ancora oggi mi sorprende come riesca a contenere un intero universo: caotico, contraddittorio, a volte persino spiazzante, ma sempre sublime.
Il doppio disco mostra i Beatles nella loro massima libertà creativa, senza una direzione precisa ma con un’energia irripetibile. È curioso pensare come lo stesso album abbia ossessionato (in maniera diversa) anche Charles Manson, spingendolo a leggere in quelle tracce segnali apocalittici.
*Leggi anche: Charles Manson e la sua ossessione musicale per Helter Skelter
Tra le tante tracce, Glass Onion è per me un piccolo gioiello che cattura John Lennon al suo vertice creativo, in quel periodo psichedelico in cui sembrava toccare una dimensione superiore. La sua voce nasale, unica e magnetica, attraversa il brano come un marchio divino, e il suo genio compositivo appare fuori dalla portata di qualsiasi mortale. Per me Lennon, qui, è inarrivabile.
Per rendere omaggio a questo brano ho deciso di interpretarlo con un arrangiamento per chitarra fingerstyle. Se critici come Ian MacDonald hanno definito il White Album uno dei lavori più enigmatici della musica pop, io nel mio piccolo non posso che confermare: ogni volta che lo ascolto, trovo uno strato nuovo. Questa cover è semplicemente il mio modo di condividere quel viaggio con chiunque abbia voglia di ascoltare.
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