Last Updated on 8 Ottobre 2025 by Samuele Corona
Ogni ottobre, per Halloween, insieme a zucche e ragnatele tornano anche loro: gli inquisitori mediatici. Commentatori da salotto, opinionisti travestiti da salvatori della moralità pubblica, pronti a denunciare il “satanismo travestito da festa americana”. È curioso: nel 2025 discutiamo ancora come nel 1500, solo con più filtri Instagram.
Qualche anno fa avevo scritto un pezzo ironico su questo tema. Oggi lo riprendo con meno sarcasmo e più curiosità: perché certi meccanismi non cambiano mai, cambiano solo i costumi. Gli inquisitori non stanno solo nei talk show o nei commenti online, a volte si annidano anche nelle nostre reazioni automatiche, in quella voglia di puntare il dito prima di capire.
“Halloween e gli Inquisitori Mediatici” è un piccolo esercizio di leggerezza: ridere del moralismo, riconoscere i nostri riflessi inquisitori e magari concederci il lusso di non prenderci troppo sul serio, neanche quando indossiamo una maschera.

Penso a quando, negli anni ’90, con i capelli lunghi e la maglietta di Ozzy Osbourne, mi davano del satanista 😆 . In TV ospitavano esorcisti come padre Amorth che raccontavano amenità tipo che i fan di Ozzy o dei Led Zeppelin ascoltassero i dischi al contrario per evocare Satana. 😆
#1. Quando il Medioevo torna in prima serata
Ogni anno, puntuale come una messa cantata, Halloween porta con sé i suoi fantasmi, non solo quelli in costume, ma anche quelli che popolano i salotti televisivi. Eccoli lì, gli inquisitori mediatici: tonache ideologiche, rosari d’opinione e la solita predica contro la festa “americanizzata” e “satanica”.
In fondo, non è cambiato molto dal XV secolo: si condannano sempre gli stessi peccati (libertà, gioco, differenza) solo con un vocabolario aggiornato. Il problema non è la zucca, ma la paura che qualcuno si diverta senza permesso.
- Cardini, Franco(Autore)
Eppure Halloween ha una funzione psicologica profonda: è una palestra simbolica dove affrontiamo la nostra ombra con ironia. Le maschere non servono a nascondersi, ma a dichiarare: “posso essere anche altro”. È l’occasione per giocare con le identità e allenare la flessibilità, quella che gli inquisitori (di ieri e di oggi) non sopportano.
L’Inquisizione mediatico-morale infatti si nutre di rigidità: tu ridi, loro tremano. Tu interpreti, loro giudicano. E come allora, il sospetto è la loro unica forma di sicurezza.
*Pratica lampo: prima di rispondere a un moralista, chiediti: “Sto proteggendo la mia esperienza o sto solo cercando assoluzione?”
#2 Il copione dell’accusa: “confessa o brucia”
Il meccanismo è antico e perfettamente rodato. Funziona così: se partecipi a Halloween, sei vittima dell’imperialismo culturale; se non partecipi, sei un misantropo elitario.
È il vecchio trucco del doppio vincolo: confessa o brucia. Nel Medioevo bastava galleggiare per essere strega, oggi basta divertirsi per essere superficiale. È una forma di ricatto emotivo che conosciamo tutti: sul lavoro, nelle relazioni, perfino con noi stessi.
La crescita personale comincia quando riconosci questo schema. Invece di difenderti, puoi sorridere e ribaltare la logica: “Forse sì, amo le streghe. Sono donne che hanno imparato a usare la propria energia invece di subirla.”
Questo gesto semplice è già un atto di libertà: togli potere al tribunale e ti rimetti al centro della tua esperienza. Halloween, se lo prendi sul serio, è un corso accelerato di autodeterminazione.
Ogni volta che la vita ti mette al rogo delle aspettative altrui, ricordalo: puoi scegliere di non confessare nulla, e al tempo stesso non bruciare. Puoi restare te stesso, intero, fuori dalle categorie prefabbricate.
*Nota di approfondimento — Il “doppio legame” di Gregory Bateson
Il “doppio vincolo” o “doppio legame” (double bind in inglese) è un concetto elaborato dall’antropologo Gregory Bateson negli anni ’50 per descrivere una situazione comunicativa contraddittoria: una persona riceve due messaggi opposti e non può né rispondere coerentemente né uscire dal gioco senza perdere. È la logica del “qualunque cosa tu faccia, sbagli”.
In chiave psicologica, produce ansia, senso di colpa e immobilità.
- Falghera (a cura di), Maurizio(Autore)
L’Inquisizione lo aveva già inventato in forma teatrale: “Se confessi, sei colpevole; se neghi, sei colpevole lo stesso.” Oggi i media ripropongono la stessa trappola in versione contemporanea: “Sii te stesso, ma resta conforme.” Riconoscerla è il primo passo per spezzarla.
*Ho parlato di doppio legame nel post: I 5 Assiomi della Pragmatica della Comunicazione Umana
#3. Il giovane teologo e l’arte del contro-processo
C’era una volta, nella Germania dell’Inquisizione, un giovane teologo accusato di aver stretto patti con il demonio. Invece di negare, confessò tutto, e fece anche i nomi dei suoi complici: il Tribunale, gli inquisitori, il Grande Inquisitore stesso.
Il teologo fu Geniale. Il meccanismo si inceppò. Nessuno poteva più torturarlo, ma neppure assolverlo. L’Inquisizione, smascherata dal suo stesso specchio, venne sciolta.
Questa storia, ricordata anche da Alexander Weissberg nei racconti sulla prigionia sovietica, è una lezione di resilienza strategica: quando il potere ti incastra in un gioco truccato, rispondere con il paradosso può liberarti.
Anche oggi, quando qualcuno ti accusa con fervore morale “Sei troppo, sei troppo poco, sei diverso” puoi applicare la tattica del teologo: riconosci l’assurdità, ma non concedi il terreno.
In termini di crescita personale, è l’arte del contro-processo: smettere di difendersi, e invece cambiare scena. Non si tratta di provocare, ma di ricordare a te stesso che nessuno può giudicare la tua autenticità. La vera confessione è vivere come credi, non spiegarti a chi ha già deciso che sei colpevole.
Paradosso attivo: “Ok, chiamami strega. Le streghe però saltano i processi: ci vediamo domani, a mente fredda.”
#4. Le streghe come maestre di psicologia pratica
Le streghe (Elvira, Sabrina, Samantha, le sorelle Halliwell) non sono figure malefiche, ma metafore di potere personale. Hanno smesso di chiedere il permesso per essere sé stesse. La società le ha bruciate perché sapevano trasformare, guarire, sedurre, ridere.
In chiave psicologica, la strega rappresenta la parte intuitiva e libera che l’educazione ci spinge a reprimere.
Difendere Halloween, allora, non è solo difendere una festa pop, ma riabilitare la parte magica della mente: quella che osa, che sperimenta, che accetta la propria complessità. In un’epoca che pretende linearità e coerenza assoluta, la strega è la custode della contraddizione.
Crescere significa proprio questo: imparare a tenere insieme luce e ombra senza bruciarne una. Non c’è equilibrio senza ambiguità, né forza senza gioco. E se ci pensi, la strega non combatte il male: lo integra. Chi non sa farlo, lo proietta sugli altri e ricomincia la caccia. Halloween è la palestra dove possiamo imparare, ogni anno, a interrompere la caccia dentro di noi.
Micro-esercizio: scrivi tre qualità “stregonesche” che vuoi allenare stasera (es. audacia, ironia, cura).
#5. I nuovi roghi: social, notiziari e piazze digitali
Non servono più torce e catene: oggi i roghi si accendono con un post sui social. I “processi mediatici” sono l’Inquisizione del XXI secolo, con la differenza che la folla applaude in diretta. Il bisogno di purezza non è scomparso: si è solo spostato su un altro schermo.
- Editore: Il Saggiatore
- Autore: Jaron Lanier , Francesca Mastruzzo
- Collana: La piccola cultura
- Formato: Libro in brossura
- Anno: 2018
Ecco il paradosso: più siamo connessi, più desideriamo un colpevole collettivo per sentirci uniti. Ma la libertà non si difende con l’indignazione; si difende con presenza e discernimento. Ogni volta che partecipi a un linciaggio online, stai solo cambiando costume all’Inquisizione.
La crescita personale qui è pratica di attenzione etica: prima di commentare, chiediti “Aggiungo luce o fiamma?”. Se la risposta è fiamma, meglio tacere e ascoltare. Ritrovare la misura è il vero atto sovversivo. In un mondo che si nutre di eccessi, la calma è una forma di rivoluzione silenziosa. E nessun inquisitore sa cosa farne del silenzio: lo disarma.
#6. L’autodafé interiore: smettere di processarsi
Forse il più spietato degli inquisitori vive dentro di noi. È quella voce che dice “non sei abbastanza”, che pretende confessioni di colpa anche per desideri innocenti. La cultura del giudizio ha radici profonde e spesso la interiorizziamo senza accorgercene.
Liberarsene non significa diventare indifferenti, ma praticare autoassoluzione consapevole: riconoscere l’errore, imparare e proseguire. Nessun rogo serve al cambiamento, solo la comprensione.
Puoi provare un piccolo rito: quando senti quella voce accusatoria, rispondile con un sorriso e una frase tipo “Processo aggiornato: caso archiviato”. È ironico, ma funziona. L’ironia è un fuoco più pulito: brucia il giudizio e lascia spazio alla curiosità.
Ricorda: la strega che sopravvive non è quella più potente, ma quella che smette di spiegarsi. E la libertà comincia il giorno in cui non chiedi più il permesso di stare bene.
*Leggi: 5 Strategie per fermare il dialogo interiore negativo
#7. Una notte per imparare a essere vivi
Halloween non è solo un gioco macabro: è un rito di passaggio collettivo. Mettiamo in scena la morte per sentirci vivi, travestiamo la paura per ridurne il potere. Ma soprattutto, ci ricordiamo che l’identità è un abito provvisorio.
Ogni anno, sotto il trucco o la maschera, possiamo allenare una piccola virtù: leggerezza, coraggio, curiosità. È così che la festa diventa esercizio spirituale. Gli inquisitori continueranno a parlare (lo fanno da secoli) ma tu puoi usare la loro voce come promemoria: ogni volta che qualcuno ti giudica, significa che stai cambiando.
Alla fine, l’unica difesa contro l’Inquisizione (esterna o interna) è la vitalità. Chi vive davvero non ha tempo per bruciare o bruciare gli altri.
E se proprio devi confessare qualcosa, confessa questo: ami la vita anche quando indossa il suo volto più strano. È la verità che nessun tribunale potrà mai condannare.
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